Dario D’Ambrosio: “Io e Danilo fratelli-gemelli. Le sfide a casa, i televisori rotti e lo scambio di persona della prof…”

Dario, Danilo e…la passione per il pallone trasmessa da mamma. Sembra una favola, probabilmente lo è. Stesso ruolo e stesso aspetto fisico, “d’altronde siamo fratelli-gemelli”. Lo ‘scambio di persona’ è all’ordine del giorno, ma qualche volta ha avuto anche dei risvolti positivi… “Mi capita spesso che magari la gente per strada mi fa ‘ciao Danilo’, è normale: siamo uguali e lui è quello più famoso. Una volta anche la professoressa di Scienze delle Superiori si è sbagliata…”. Lo dice con un bel sorriso Dario, di quelli che fanno intuire che alla fine lui ha preso il voto più alto… “No, no lo ha preso Danilo. Ma ci sta dai, praticamente lui si è fatto due interrogazioni, di cui una al posto mio. Il giorno prima la prof. chiamò lui e quello dopo…lo chiamò di nuovo! In realtà voleva interrogare me, si era sbagliata. Ma io ero impreparato e così – non facilmente – convinsi mio fratello a non dirle nulla… ‘Dario si è sbagliata, lo sai anche tu. Digli qualcosa!’. ‘Prof. guardi che a me ha interrogato ieri…’, ‘no Danilo, ieri ho chiamato tuo fratello’. Alla fine si è fatto pure quest’altra interrogazione e ha preso il voto più alto del “mio” del giorno precedente”.

Un tipo molto tranquillo e pacato Dario D’Ambrosio, esterno destro della Robur Siena. Sorseggia lentamente il suo caffè e racconta di come ha ritrovato il sorriso e…i gol. Domenica contro il Tuttocuoio il secondo stagionale, mica male. Forse dovresti allertare Danilo per una sfida in famiglia… “Questa è una buona idea, ma tanto come va va, deve pagare lui perché è quello che guadagna di più. A parte gli scherzi, qui a Siena mi trovo molto bene, la nuova proprietà ha portato un ottimo progetto e quando c’è progettazione poi c’è anche ambizione. Inoltre siamo un bellissimo gruppo, ma lo eravamo anche l’anno scorso finché l’ex presidente ha deciso di lasciare a gennaio e si sono create tutte le difficoltà”. A proposito di spogliatoio, abbiamo diverse anticipazioni: temi dei quali non si può fare a meno di parlare. Le tute di Gentile, il vestiario e la musica di Stankevicius, senza dimenticare l’acconciatura di Marotta. Dario si scalda, gira di nuovo il suo caffè e passa all’attacco… “Cominciamo dalle tute di Gentile, inguardabili. Stankevicius non è che si veste male, ha uno stile suo che può non piacere, ma nel suo caso – spiega Dario D’Ambrosio ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com – il problema è un altro…”. Un attimo di pausa per meditare come fargli sparire la cassa che si è portato nello spogliatoio, “o facciamo così o cambiamo dj perché mette musica davvero troppo ignorante. A Marotta invece manca solo la chitarra, poi il suo stile urban è completo. Io invece vengo additato come quello che è il primo ad arrivare al campo e l’ultimo ad andar via, infatti ho detto al magazziniere se mi lascia le chiavi…”. Quindi, insomma, state pensando di lanciare una nuova linea di moda, giusto? “Siamo una squadra di stilisti, la definizione mi piace. Senz’altro ci divertiamo, si vede da queste piccole cose che siamo un gruppo affiatato”.

Corre in campo sulla fascia e fuori. Tutto di corsa, fino al cinema: il rituale scaramantico del film delle 15.30 è un qualcosa di troppo importante… “Io in ogni città nella quale ho giocato, sono sempre andato al cinema nel primo pomeriggio per godermi davvero i film, in sala siamo sempre io e massimo altre due persone. Amo Batman, vorrei essere come lui”. Potresti disegnarti un bel pipistrello, così tanto per cominciare. Ma poi saresti troppo diverso dal tuo vero idolo, Fabio Cannavaro… “Sì, lui è un modello per me. Ma è un disegno che potrei fare. Gli idoli sono dei modelli, l’importante è non seguirli in tutto e per tutto altrimenti si trascende la realtà”. Ha le idee chiare Dario, si spiega molto bene. E poi ogni tanto qualche battutina. Sempre meglio a parole che a tennis, no? “Esatto. D’estate facciamo due scambi con mio fratello, ma il livello è veramente basso”.

Quando parla della sua carriera cela un timido sorriso, di quelli che riescono a mixare bene rimpianti e voglia di rialzarsi, sempre e comunque. Perché, d’altronde, se davvero sei appassionato di una cosa (il calcio, nello specifico), niente o nessuno potrà togliertela: nemmeno la sfortuna. “Che a me comunque ha colpito spesso e duramente. Ho avuto tanti infortuni, l’ultimo alla caviglia me lo porto dietro da due anni e mezzo quasi. Tant’è che quando mi dicono di parlare della mia carriera penso più ai momenti brutti che a quelli belli”. E’ stata dura, ma ‘mai mollare!’, lo dice convinto. E la gioia più grande, forse è arrivata di recente… “Direi proprio di sì, a fine ritiro precisamente quando la società mi ha chiesto di rimanere. E’ stato un atto di riconoscenza molto raro nel mondo del calcio”.

Il caffè ormai si è quasi del tutto freddato, ma la domanda è troppo importante. Dario e Danilo da piccoli che giocano a pallone in casa: più vetri rotti o più punizioni (non quelle calcistiche, eh)? “Più che vetri di televisori ne abbiamo rotti tanti e le punizioni erano all’ordine del giorno. Noi avevamo una ‘tecnica’ speciale: se mio papà veniva da me a darmi uno schiaffo poi io lo giravo anche a Danilo perché eravamo stati in due a fare il danno e lui faceva altrettanto”. Calcio, calcio, calcio. “Ma quando ci vediamo, parliamo di tutt’altro. Questa passione, come dicevo, ce l’ha trasmessa mamma che ha giocato per diversi anni e doveva andare anche nella Nazionale femminile”.

Dario e Danilo hanno giocato insieme, non solo nel cortile di casa. Settore giovanile di Salernitana prima e Fiorentina poi con la stessa maglia. "Ma abbiamo giocato anche contro, quando io ero a Trieste e lui a Torino. L’anno che ha fatto la promozione in A gli abbiamo organizzato una festa in paese e poi appena siamo tornati a casa…”. Cosa avete rotto? “No, niente questa volta…ma perché ci siamo chiusi in mansarda! Sfida tra me e Danilo a due tocchi, ovviamente vinta dal sottoscritto”. Mille aneddoti Dario, con quel fare simpatico e gentile. Meglio salutarlo ora sennò fa tardi al cinema. E anche il caffè può attendere (un altro po’). (Lorenzo Buconi).

Fonte: gianlucadimarzio.com