D’Ambrosio: “Fino al 94’ eravamo sotto un treno. Adesso chiudiamo il discorso salvezza”

Da un pareggio ad un pareggio, sempre nello stesso campo e sempre con lo stesso punteggio. Era fine agosto quando Dario D’Ambrosio corresse in rete una punizione di Gentile respinta da Citti, portiere del Pontedera, segnando il primo gol del Siena e portando a casa il primo punto della nuova era Durio. E’ una serata di inizio aprile quando Marotta, su spizzata di Jawo, mette dentro e strappa un pareggio che può valere la stagione. Stavolta D’Ambrosio è in panchina, a soffrire e poi gioire con tutti i compagni in quei pazzi secondi finali.

Dario, dopo oltre quattro mesi è arrivato un pareggio, anche se l’1-1 al Manucci vale una vittoria.

Assolutamente sì, è un pari che sa di tre punti. Non meritavamo di perdere, nel secondo tempo loro si sono visti solo un paio di volte nella nostra metà campo. Ultimamente o vinciamo o perdiamo, per questo il risultato è troppo importante. Comunque nelle ultime partite non siamo mai andati sotto dal punto di vista del livello del gioco.

Si è sentita molta tensione in campo, con l’arbitro che ha scelto un largo metro di giudizio per poi perdere il controllo della situazione.

Normale che la tensione sia aumentata, specialmente nei minuti finali. Cerco sempre di non parlare di arbitri, possono sbagliare anche loro. Penso più ai nostri errori. Nel primo tempo abbiamo avuto paura di giocare la palla, spesso buttata in profondità. Mancava una fluidità di gioco vista invece nella ripresa, dove siamo andati oltre il solito lancio lungo.

Sei punti di vantaggio e gli scontri diretti a favore con Prato, Pontedera e Tuttocuoio. A che punto siamo nella conquista della salvezza?

Il pareggio di ieri, come è arrivato, ti dovrebbe dare una giusta carica di adrenalina. Sull’1-0 al 94’ eravamo sotto un treno. Se perdevamo loro sarebbero stati a tre punti; un bel casino. Invece il gol di Marotta li ha ammazzati mentalmente e ci ha ricaricati. Ma dev’essere una spinta in più e non una calma interiore sennò si va poco lontano.

Prima dell’inizio ti abbiamo visto a bordo campo con la maglia da gioco, poi invece sei rimasto in panchina.

Ho avuto un piccolo fastidio in rifinitura, un risentimento al quadricipite. E’ stato scelto di non farmi giocare per vedere a scopo precauzionale.

Comunque, dal punto di vista fisico, la tua è stata una stagione più che positiva.

Sì. Ho avuto solo una distorsione alla caviglia che mi ha tenuto due partite fuori.

E col fatto di poter rivestire più ruoli ti sei ritagliato un bel po’ di spazio.

Quando un giocatore è duttile, per un allenatore è preferibile averlo. Nelle ultime partite ho fatto il centrale e devo dire che è una posizione che mi piace fare. Dirigo il gioco da dietro, sono più nel vivo dell’azione, più attento e concentrato. Ecco, da questo punto di vista preferisco fare il difensore centrale.

Come mai la scelta del numero 14?

È il giorno della nascita della mia fidanzata. E poi anche quello di mio padre.

Facciamo un salto indietro, ai tempi della Triestina. 35 presenze in B, categoria in cui non hai più rigiocato.

A Trieste ho giocato sempre, poi ho avuto parecchi infortuni che mi hanno tagliato le gambe. Ogni volta che c’era la possibilità di fare il salto mi facevo male. Poi in quel periodo ci furono anche delle problematiche societarie che portano al fallimento. E allora sono andato a Lecce, dove ero titolare ma poi mi sono rotto la caviglia e sono stato fermo quasi due anni.

Lecce è stata la piazza più calda in cui hai giocato?

Sì. Ricordo che il primo anno perdemmo la finale playoff col Carpi e ci fu un’invasione dei tifosi. La tifoseria è come qui, abituata alla serie A.

Riparti da Monza e arriva un nuovo fallimento.

Sì ma quando andai a Monza, già sapevo di non prendere soldi. La società era già in fallimento, ci andai solo per recuperare l’infortunio alla caviglia. Tutti quelli che c’erano dall’inizio infatti andarono via. Riuscimmo comunque a salvarci sul campo.

E poi la scelta di venire a Siena.

Ero in vacanza col mio procuratore, Pisacane, e mi chiamò Matteo Materazzi. Parlammo e trovammo subito l’accordo perché c’era l’intenzione di entrambi. Cercavo una piazza importante dopo Lecce e Siena credevo fosse la soluzione migliore.

Dopo 12 presenze, a gennaio lasci e vai a Bassano.

Purtroppo venimmo a sapere che Avogadri, Bindi e tanti altri dovevano andar via perché il presidente voleva abbattere i costi e vendere la società. Me ne andai in prestito, con l’amaro in bocca. Bassano è una piazza tranquillissima, abbiamo raggiunto i playoff e siamo poi usciti col Lecce.

Finito il prestito ritorni al Siena, ma all’inizio doveva essere una cosa temporanea.

A inizio stagione mi fu detto che la nuova società, visti gli accaduti dell’anno precedente, voleva cambiare tutti i giocatori e se trovavo una soluzione sarebbe stato meglio. Io a malincuore accettai. Poi mi videro in ritiro, in che condizioni ero e quando ci tenevo. Mi hanno fatto una proposta e ho subito accettato. Ho centrato l’obiettivo grazie alla mia dedizione al lavoro e alla competenza della società. Sono persone umili ed eccezionali.

Dario, in chiusura: qual è il tuo obiettivo futuro?

Vorrei chiudere con una salvezza tranquilla il più presto e far vedere una volta per tutte che ci teniamo a questa maglia, ai tifosi, a Siena. E poi ripartire il prossimo anno con tanto entusiasmo. (Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fol