“Ero presente a Siena-Gavorrano, ho avuto modo di parlare anche con Guerri. Con Simone ci conosciamo da una vita, eravamo insieme alla Fiorentina. La gente, e lo dimostra lo striscione di protesta allo stadio, si è stancata di vedere questo susseguirsi di proprietà più votate magari al business o ad altri interessi che a seguire la passione della città e creare un progetto serio. Mi è parso di capire che gli imprenditori svedesi non siano di passaggio. Vogliono partire dalle strutture, dai giovani, creare un interscambio. Credo che il calcio sia cambiato, in Italia si pensava di essere i primi al mondo ma non lo siamo più”. A parlare è Lorenzo Crocetti, intervenuto durante l’ultima puntata di “Al Club con la Robur”.
“Le scuole calcio erano più performanti, erano di meno così come i giocatori, e questo andava a favore di una selezione naturale – continua l’ex attaccante della Robur – mi ricordo il mio provino alla Fiorentina a dieci anni, lo feci all’Artemio Franchi giocando a undici. Adesso prima giochi a cinque, poi a sette, poi a nove. La prima cosa che vedo è che i bimbi non sviluppano adeguate capacità motorie. Il loro corpo è diviso in due, non riescono a fare quasi uno stop o un passaggio con l’altro piede. Nella mia academy lavoro tantissimo sulla bilateralità. Sento dire che la tecnica non conta più niente, ma l’unico attrezzo che si usa giocando a calcio è il pallone. Credo che non si possa prescindere da coordinazione di movimenti e tecnica. Poi c’è l’intensità, ma anche l’intensità si ottiene se si muove il pallone velocemente, e lo puoi fare se sai trattarlo”.
“La mia scuola calcio era la strada, l’oratorio, non c’erano insegnanti e si giocava con più grandi e più piccoli – interviene nel dibattito Massimo Morgia, che ha allenato Crocetti nella stagione trionfale 2014-15. “Stavamo 18 ore al giorno col pallone, ce lo dovevano portare via per forza. Ora sono i giocatori che obbligano i figli ad andare a giocare, dandogli una pressione incredibile e facendo casino nelle tribune. Si gioca un’ora al giorno e magari ti fanno fare tattica. Ho sempre detto di portare la strada e l’oratorio dentro l’era moderna. Chi lo deve fare? Le società di calcio”.
Crocetti, finita la carriera da calciatore, è riuscito a restare nel mondo del pallone. “Mia moglie è nel mondo degli eventi, io ero nel mondo del calcio. L’ultimo anno da calciatore ero a Montalcino, arrivò il lockdown e si rimase entrambi senza lavoro. Iniziai ad allenare qualche bambino su Skype, a maggio si aprì agli allenamenti individuali, si doveva sterilizzare il pallone, usare i guanti.. se ci penso adesso divento matto. Nel giro di due mesi comunque sono arrivato a più di 100 bambini e ho pensato che potesse diventare un lavoro. Nel 2021 è nata la mia academy, col mio nome. Macron ha creduto nel mio progetto e da lì sono seguite tante altre iniziative. Io e il mio aiutante siamo i mister dell’International School of Florence, andiamo a fare gli allenamenti pomeridiani e li portiamo ai tornei nazionali e internazionali. In più collaboriamo con alberghi prestigiosi e con il centro riabilitativo Prosperius. Lavoro con clienti sparsi per il mondo che mi portano con loro nei periodi di vacanza. Andrò adesso a Londra, a Natale sono stato alle Maldive e a Dubai, due anni fa ero a Ibiza. Non ho fatto dieci anni di Serie A, però vivere di calcio oggi per me è un grande vanto. E porto in giro il mio nome e quello di Firenze, perché questa iniziativa la chiamo FLorence che richiama anche il mio nome”.
Impossibile non ricordare l’annata in bianconero, condita da 13 gol. “C’è stato un momento per me complicato, potevo anche andare via ma decisi di rimanere ed è andata bene, mi sono ripreso il posto e sono riuscito a segnare più di tutti assieme a Minincleri, con la doppietta a Massa e il premio per il gol più bello dell’anno – le parole di Crocetti – ma a parte questo, è stata un’annata strepitosa. Sabato allo stadio con tante persone abbiamo ricordato quel famoso 3-3 in Siena-Gavorrano dove pensavamo tutti di poter festeggiare davanti ai nostri tifosi, mi ricordo una cornice di pubblico impressionante. Mi viene in mente la prima partita di Coppa Italia, era il 14 agosto, faceva caldissimo ma allo stadio c’era molta più gente di sabato. Già quello ci fece capire di non essere in un posto normale. Come esperienza la metto davanti a tutti gli anni di C che ho fatto”.
“Io non ho mai nascosto né ai direttori né ai presidenti né tanto meno ai miei giocatori quello che mi passa per la testa – sottolinea Morgia – quell’anno là, a stagione in corso, mi misi in testa di prendere Bigoni, che pur non essendo un attaccante a Pistoia l’anno prima aveva segnato tanto ed ero convinto che mi servisse per ottimizzare il gioco. Parlai con Crocetti, gli dissi che era libero anche di andar via ma volle rimanere. Nel giro di poco è rientrato dall’infortunio, Bigoni ha fatto forse una partita e mezzo e Crocetti ha meritatamente giocato”.
“Un professionista deve accettare i momenti brutti, le scelte dell’allenatore, e pensare a dare il massimo – conclude Crocetti – alleno tanti bambini e mi chiedono del professionismo. Secondo me essere professionista non è tanto una questione tecnico, ma di testa. Come nella vita, i risultati si raggiungono se si persevera, se non ci si abbatte. A Siena Morgia creò una sana competizione”. (Giuseppe Ingrosso)
Fonte: Fol
