Buon viaggio Luciano

Era un’uggiosa giornata di fine Estate e l’arrivo dell’Autunno ci stava cogliendo impreparati.

Mi pare fosse domenica 9 Settembre 2001, Berlusconi era premier, Valeria Rossi cantava “tre parole” e le torri gemelle erano ancora in piedi. In cartello c’era Ancona – Siena e noi venivamo da tre schiaffi presi a Terni e 4 calci rimediati in casa contro il Vicenza. Per una serie di coincidenze mi ritrovai nel pullman dei Fedelissimi. Credo fosse la seconda o terza volta che “trasfertavo” con loro. Avevo 23 anni e mi piaceva divertirmi. Qualche lira nel borsello, un pacchetto di Diana blu dure in tasca e un boccione di vino rosso nello zaino. Superficiale e credulone, vivevo quella seconda B con un entusiasmo diverso rispetto all’anno precedente. Sogni tanti (la seria A), sesso sempre poco: quella parola per gente come me è sempre stata intesa solo come discrimine del genere.

A metà strada ci fermammo a Osteria del Gatto, in un piazzale attiguo ad un ristorante/hotel. Bene pensai: oggi mangio qualcosa di meglio del solito Camogli dell’Autogrill! Ed invece scendendo dal pullman mi accorsi che era tutto già pronto: primo, secondo, contorno, dolce e caffè. Vergognoso come un bimbo di prima elementare che arriva per ultimo al compleanno della più carina della classe, rimasi un po’ in disparte. Non sapevo se potevo considerarmi invitato a quel banchetto. Ad un tratto mi sentii apostrofare da un signore (che a vent'anni definisci omino) “mangi da solo o aspetti che qualcuno t’imbocchi?”… Ghiaccio rotto e pancia mia fatti capanna. Al primo bicchiere di vino smisi di provare vergogna, al secondo mi sentii a casa e al terzo feci pace con Dio. A fine pranzo mi avvicinai a quel signore e gli chiesi quanto dovevo mettere… “T’è piaciuto ?” – mi rispose. “SI” – feci io. “Meglio così” – aggiunse e poi – “Forza, oggi si vince”.

Non vincemmo, ma muovemmo la classifica e collezionammo il primo punticino dell’anno; punticino che da li a 8 mesi si sarebbe rivelato preziosissimo per la Lucida Follia che ne scaturì.

Di quella giornata – che ricordo spesso a mio figlio undicenne – mi rimase dentro la sensazione di aver vissuto un momento “straordinario”. Poi col tempo ho capito che ad essere straordinaria era la normalità di quel momento e che il bello della vita sta nelle piccole cose. La bellezza della semplicità scriverebbero quelli bravi.

In un mondo che va all’incontrario e puzza di sugo attaccato, avevo la sensazione di sentirmi al sicuro in mezzo a gente come lui. E pensavo: se fossi genitore non mi starebbe pensiero a mandare il figlio in trasferta.

Adesso che genitore lo sono, penso spesso a quel signore con cui mangiai a Osteria del Gatto, e dentro di me lo vedo come un nonno, che ti accompagna finché può e poi – quando l’età vince sul fisico – ti lascia camminare con le tue gambe.

Sta a noi ragazzi continuare la tradizione di civiltà e attaccamento ai colori dimostrata da gente che ha girato l’Italia in lungo e largo, in tempi in cui San Siro (luci a) era solo una canzone e il Comunale al massimo poteva essere un canile.

L’hai accompagnata in paradiso, l’hai vista morire e hai aspettato che rinascesse prima di andartene. Buon viaggio Luciano! A gente come te, il sugo non s’attaccherà mai!

Mirko Pioli