Bindi lascia il calcio giocato. “Avrei voluto far crescere la Robur. Giocare nel Siena era una grande ambizione”

Giacomo Bindi si sfila i guantoni. Il portiere nativo di Torrita di Siena, con un’esperienza di sei mesi nella Robur, dice basta dopo vent’anni di professionismo e ben quattro promozioni in B. “Fisicamente stavo bene, la passione è sempre viva”, spiega Bindi al Fedelissimo Online.

E allora perché lasciare a 35 anni? I portieri spesso hanno una carriera più lunga.

Negli ultimi anni avevo iniziato a mettere dei filtri sulle mie scelte, per trovare squadre con un progetto consolidato. Finito il contratto col Pordenone dovevo scegliere un altro posto e la cosa cominciava ad essere problematica. Ma la base di tutto è la voglia di crearmi una famiglia, di crearmi un progetto con la mia ragazza, di costruire un network diverso rispetto a quello calcistico, di stare in Toscana. Negli ultimi anni avevo provato a trovare una sistemazione in Toscana ma non ci ero riuscito.

Però l’intenzione è quella di restare nel mondo del calcio.

Mi sono laureato in Economia, poi ho preso la specialistica in Management dei servizi per lo sport. Vorrei dar continuità a questi studi. A settembre inizierò il corso Aic di segretario amministrativo, dopo tre mesi di teoria farò uno stage all’interno di un’azienda, che può essere una società sportiva o anche un istituto come la Federazione o la Lega Pro.

Segretario amministrativo quindi.

Sì, si parla di una figura nel ramo del diritto, della contrattualistica. Poi ci sarebbe un successivo corso da direttore, durante il quale a un certo punto fai la scelta tra dg e ds.

Quattro promozioni, due volte miglior portiere della C. Sei sempre stato protagonista indiscusso. Tranne i sei mesi nella tua Siena, dove hai giocato appena due volte, una in campionato con L’Aquila e una in Coppa con l’Arezzo.

Era la mia prima possibilità di avvicinarmi a casa. Ricordo che eravamo andati parecchio in là col mercato (era l’11 agosto, ndr). Firmai un triennale, perché pensavo di far crescere la squadra ed essere protagonista negli anni successivi. Mi avevano detto di far crescere Montipò, che oggi è veramente forte ma allora non lo conoscevo. Con merito, divenne primo portiere.

E invece…

Il progetto non si dimostrò solido. Ebbi la possibilità di andare a Pisa e la società si mise in mezzo alla trattativa.

Ovvero?

Voleva piazzare Montipò al posto mio, forse per un motivo di caratura morale o forse perché lui era in prestito e sarebbe andato via lo stesso. Ma il Pisa cercava un profilo come il mio perché aveva già in rosa dei giovani.

Quando andasti via, avevi già fiutato qualcosa sui problemi societari del Siena?

C’era già il sentore che la proprietà cercasse di vendere, si percepiva uno stato di sofferenza e la speranza di un nuovo compratore. Quando arrivò Anna Durio ne fui felice, speravo che il Siena potesse avere continuità.

Arrivò un altro fallimento, il secondo in sei anni. Niente di sorprendente, purtroppo, in Serie C.

Il numero di squadre che stanno fallendo è diminuito, ma dei casi ci sono sempre. Aic, Lega Pro e Serie B stanno cercando di mettere dei paletti per creare un campionato sano e per dare continuità, però tutt’oggi alcune squadre superano quei paletti e non arrivano in fondo. Il problema è che si basa tutto sul raggiungimento del risultato sportivo. Se non arriva quello, si mette in bilico l’intero l’assetto societario. E spesso non si pensa che i calciatori hanno famiglia, fanno dei progetti basandosi sui contratti che firmano e che dall’oggi al domani possono sparire e mettere in bilico la loro vita. Per questo nella mia carriera ho messo dei filtri sulle scelte. Anche se puoi prendere tutte le informazioni del mondo ma non puoi sempre prevedere le cose. Adesso non avrò più questo problema.

Torno un attimo al Siena. La prima volta da avversario, con il Pisa, dicesti che “mi è dispiaciuto sentire la tifoseria che inveiva contro me, mi hanno accusato di essere un mercenario, ma credo fosse una rabbia repressa”.

Non ricordo questa polemica, quindi non credo fosse così accentuata. In quei mesi ero sottotraccia, il mio nome non era così gettonato. Ero autoctono, del posto, ma non giocavo, non ci fu nessuna scintilla.

Forse perché non eri proprio di Siena città ma di Torrita?

Però ci ho fatto le scuole, ci uscivo la sera, ho amici lì. Quando ero più piccolo pensavo che poter giocare nel Siena fosse una grande ambizione. Era un vanto poterci giocare. È una città che apprezzo, che amo, che vivo quando mi è possibile.

Il Pordenone, la tua ultima squadra, insegna che si può pensare alla B anche in una piccola realtà? Un po’ come l’Empoli, dove una retrocessione conta fino a un certo punto.

Poco tempo fa lessi proprio un’intervista al presidente dell’Empoli Corsi, disse che la retrocessione non è un problema perché il risultato sportivo non va ad incidere su quella che è una programmazione. Questa dovrebbe essere la base. La scelta dei dirigenti, la possibilità di poter lavorare, di far crescere un calciatore, di creare una struttura sportiva, sono essenziali. Secondo me basta poco per poter fare un campionato di vertice, perché questo tipo di organizzazione ce l’hanno poche società. Se il Siena avesse la pazienza e optasse con scelte ragionate, valutando le persone per quello che hanno fatto alla fine della stagione, e non dopo uno o due mesi, potrebbe ambire a una promozione. Lo stesso ragionamento vale per salire in A.

Perché, lo dice la storia recente, è più facile un secondo salto in A che il primo dalla C alla B.

Assolutamente. Nel momento in cui trovi un sistema interno che ha acquistato coraggio e fiducia dopo la vittoria precedente, il salto successivo è molto più semplice perché poggia su basi solide.

Giacomo, se guardi indietro, al tuo percorso nel calcio, a cosa pensi?

Se uno sceglie di smettere, è perché è soddisfatto del proprio percorso. Tante volte ho dovuto fare un passo indietro dopo le promozioni e ripartire dalla C, ma l’ho fatto sempre con tanta motivazione, che poi mi ha permesso di vincere campionati e di godermi un bel progetto come quello di Pordenone. È mancata la ciliegina, la Serie A, ma forse non avevo le qualità per ambire a quel tipo di sogno.

Dal tuo inizio ad ora, in questi vent’anni, com’è cambiato il calcio?

È cambiato tantissimo. Le misure adottate nei vari anni hanno sempre rincorso un’idea di benessere, di stabilità, senza però trovarla. I dirigenti si stanno ancora interrogando, un problema grosso per esempio è che ci sono sempre meno convocabili in Nazionale. Quando ero più piccolo il problema era che ci fosse poca qualità, poi è arrivata ma i giocatori erano troppo vecchi. Allora è stata inserita la regola del minutaggio per i giovani e si è abbassata troppo la qualità. Di conseguenza via con nuove regole per diminuire il numero dei giovani. Tante volte mi sono trovato in mezzo a queste situazioni di cambiamenti, che per molti miei compagni sono stati il motivo del loro addio al calcio. Non erano talenti, ma ragazzi normali che potevano fare la loro carriera in un sistema meritocratico. Ma nel calcio non c’è totale meritocrazia. E io, con un nuovo ruolo dirigenziale, vorrei provare a modificarlo in meglio.

In futuro, in una nuova veste, potrebbe darsi di rivederti nel Siena?

Magari, perché no. Come detto vorrei, nel mio piccolo, provare a migliorare il sistema. Se questo coincidesse con il lavorare in squadre toscane, mi farebbe ancor più piacere.

(Giuseppe Ingrosso)

Foto: Fabio Di Pietro

Fonte: Fol