BERETTA SUL CORRIERE DELLO SPORT

Gli occhi di tutti sono puntati sul Siena.
«E’ normale. L’Inter ha a disposizione il suo secondo match- ball, è ovvio che si parli tanto di questa partita».
E Beretta a cosa pensa quando immagi­na San Siro, domenica prossima?

«Penso: meno male che siamo tranquilli, che ci siamo già salvati. Però poi penso che la serenità di aver raggiunto il nostro obiet­tivo in anticipo ci consentirà di giocare per divertirci, di dare il massimo senza patemi. L’anno scorso vedemmo l’Inter vincere lo scudetto a Siena. Stavolta magari cambia­mo qualcosa».
Stronati vi ha chiesto di fare un favore al­la «sua» Roma.
«A me non ha detto niente, ma so che con i ragazzi ne ha parlato. Faremo il possibile per accontentarlo».
Come si fa a tenere alta la concentrazio­ne dopo che si è raggiunto il risultato?
«Ho la fortuna di avere una squadra stra­ordinaria da questo punto di vista. Non do­vrò andare a cercare motivazioni particola­ri: giochi contro l’Inter, sotto gli occhi di tutti. E poi ci sono anche motivazioni perso­nali. E poi c’è che quando giochi cerchi sempre di vincere, anche a calciobalilla».
Come giudica quello che è successo al­l’Inter?
«Dovrei essere Mancini per poter rispon­dere a questa domanda. Vista da fuori, dico che obiettivamente sento un po’ troppe cri­tiche. In una stagione un momento di fles­sione ci sta, e comunque l’Inter è davanti a tutti da un sacco di tempo. Non scherziamo. Se però si pretende che uno vinca lo scudetto con dieci punti di vantaggio… Dico di più: se l’Inter avesse vinto con dieci punti di vantaggio, avrebbe­ro detto che è stato troppo fa­cile ».
L’Inter non ha ancora vin­to.
« Ma ha decisamente più possibilità della Roma».
Qual è la squadra che ha giocato il miglior calcio?
« La Roma, da almeno tre anni. Io mi diverto proprio a vederla giocare».
E la squadra che le è sem­brata più forte contro di voi?
« La Fiorentina, anche se ha perso. E l’Udinese, all’an­data e anche al ritorno».
Il miglior Siena qual è sta­to?
« Quello che ha battuto la Roma. E quello che ha perso a Genova contro la Samp».
Si dice che ci si salva vin­cendo gli scontri diretti. Voi però avete battuto Roma, Ju­ventus e Fiorentina.
« Nove punti tondi tondi. Letteralmente trovati. Parti­te che ti danno la consapevo­lezza di di potertela giocare contro chiunque. Ed è quello che proveremo a fare anche domenica».
San Siro per un milanese è ancora più speciale.
«Ci ho pareggiato quando ero al Chievo, contro l’Inter. E l’anno scorso contro il Mi­lan. Poi ho sempre perso. Mi manca una vittoria, diciamo così, va».
E’ l’occasione giusta.
«A forza di dirlo, va a fini­re che se il Siena perde delu­deremo qualcuno».
Il Siena da quando è in se­rie A non è mai retrocesso.
« Sono solo tre le squadre mai retrocesse. Inter, Parma e Siena. Io ne ho allenate due, me ne manca solo una…».
L’Inter non è solo un’av­versaria. E’ anche un mon­do. Iniziative sociali, anche fuori dagli standard.
«Ho letto e apprezzato la collaborazione interista con le comunità zapatiste in Chia­pas. Mi piace lo spirito di pacifica resisten­za con il quale gli zapatisti affrontano le grandi questioni del nostro tempo e dei lo­ro luoghi. Se quella famosa partita tra una nazionale, anzi una Internazionale di gioca­tori e tecnici del mondo con i calciatori za­patisti si farà, mi piacerebbe molto parteci­pare ».
Ne potrà parlare domenica con Moratti a fine partita…
«Perché no? Se Moratti continua a impe­gnarsi in questa iniziativa, allora potrà sem­pre contare su di me».
Ormai è diventato specialista in salvezze.
«Salvezze tutte difficili, anche se per mo­tivi diversi. L’anno scorso a Siena ci fu l’in­gresso della nuova società e la scomparsa del presidente De Luca. Quest’anno sono arrivato a metà novembre, con la squadra all’ultimo posto. A Parma ci fu la vicenda della società commissariata contesa fra due diversi acquirenti, ognuno con i suoi allena­tori di riferimento. Sembravo sempre sul­l’orlo del licenziamento. Invece la società rimase a Bondi, e ci salvammo in anticipo».
Poi arrivò anche l’Uefa, per effetto di Calciopoli.
«E poi me ne andai».
Perché?

«Dicevano che stavano pensando al rin­novo. Ma intanto il tempo passava. E io dis­sì di sì al Siena».
Sembra quasi la storia di quest’anno.
«Stronati ha detto: ne parleremo a salvez­za acquisita. Ora è acquisita, sto aspettan­do ».
Saprà anche lei che Giampaolo piace molto alla proprietà.
«Sarò molto chiaro. Spetta a loro decide­re. E non è neanche scritto che debbano darmi una spiegazione. Possono fare quel­lo che vogliono, è un loro diritto».
Ma lei vuole restare?
« Questa squadra la sento mia. C’è un grande rapporto con i giocatori e con la gen­te. E poi mi sveglio la mattina, apro la fine­stra e vedo la città più bella del mondo. Co­sa volere di più?».
L’ha visto il Palio?
«Una volta, invitato dal sindaco. Ho visto gente insospettabile perdere la testa. E’ una città unica questa».
Si sente pronto per un salto di qualità?
«Sinceramente sì. Penso di aver fatto la gavetta e anche un po’ di esperienza. An­che se ogni tanto quando guardo in tivù la Champions mi capita di pensare: ma ti ren­di conto? Tu giochi contro queste squadre. Alleni in serie A».
Con quello che ha fatto, dovrebbe avere la fila fuori dalla porta.
«Non c’è la fila».
Cos’è? Ha un brutto carattere?

« Non penso proprio. Chiedetelo ai miei giocatori».
Non serve. Sono due mesi che fanno ap­pelli per lei. Ed erano stati loro a volerla quando la società decise di mandare via Mandorlini.
«E’ qualcosa che mi fa un piacere immen­so. Non ho mai trovato un’unione così. Io gli do un giorno di riposo in più e loro non lo vogliono: è successo due volte. Dopo il suc­cesso sull’Empoli non hanno voluto fermar­si perché c’era il derby con la Fiorentina. E dopo la Lazio hanno detto che non se lo me­ritavano perché avevano giocato male. E a Natale qualcuno è rimasto a Siena ad alle­narsi. E’ una squadra proprio strana, ma niente viene per caso».
A suo favore si è mosso anche il Monte dei Paschi, che per il Siena è qualcosa di più di uno sponsor.
«Mi ha fatto molto piacere. Anche perché io non li conosco. Come non ho chiesto io ai tifosi del Siena di farmi quei cori».
Anche a Parma i giocatori si erano mobi­litati per lei. Persino un certo Morfeo, uno che con gli allenatori in genere non ha rap­porti idiliaci.
«Buon segno. Si vede che non ho poi que­sto caratteraccio».
E’ bravo, ottiene gli obiettivi, non ha un brutto carattere. E allora? Forse non si sa vendere?
«Questo io non lo so. Mi sembra di avere rapporti equilibrati con tutti. E certo non snobbo nessuno. Se qualcuno mi cerca, va­do a sentire che cos’ha da propormi».
Si è parlato dell’Olympiakos.
«Niente di concreto. Ma all’estero ci an­drei volentieri. Soprattutto adesso che ho i figli piccoli, Matteo ha otto anni, Nicolò cin­que, sono convinto che per loro sarebbe un’esperienza importantissima. E anche per me. E non parlo soltanto di calcio».
Voi vi siete salvati, ma chi retrocede?
«Giuro che non lo so. Ho guardato la clas­sifica e il calendario tutti i giorni tre o quat­tro volte al giorno. So tutto a memoria, ho studiato tutte le possibilità. Può ancora suc­cedere qualsiasi cosa. Ma il Cagliari è mol­to vicino a salvarsi».
Certo che basta poco per rovinarsi la piazza. C’è qualcuno che comincia a criti­care la stagione della Fiorentina.
«L’equilibrio non è molto di casa in Ita­lia ».
Come ha vissuto questo campionato se­gnato anche da due tifosi che hanno perso la vita andando alla partita?
« Potremmo parlarne per due giorni. Il problema è questo ricorso continuo alla vio­lenza, l’appiattimento della società. Non sappiamo più distinguere fra valori reali e realtà virtuali. Serve intransigenza totale ma anche un lavoro culturale alla base. A scuola, ma non solo. Io, da padre, sono mol­to preoccupato per la piega che sta pren­dendo la società».
Che cosa spiega ai suoi figli?
«Ho voluto che facessero sport. Perché lo sport ti insegna: a stare in gruppo, a rispet­tare gli avversari e gli arbitri, ad accettare la sconfitta. Che non è soltanto perdere una partita, ma anche andare in panchina per­ché c’è qualcuno che è più bravo di te».
Parla da insegnante.
«L’ho fatto per tredici anni. E da quattor­dici alleno professionisti. E devo dire pur­troppo che in quattordici anni è cambiata molto l’educazione. Adesso arrivano in pri­ma squadra e credono di aver già fatto tut­to ».
Lo dice uno che i giovani li lancia volen­tieri.
«Quando alleni in una realtà come Siena fa parte dei tuoi compiti: la salvezza, certo. Ma anche far crescere i giovani. L’anno scorso Molinaro, Rinaudo, Gastaldello, Konko, Antonini. Quest’anno De Ceglie, Fi­cagna, Rossettini, Forestieri, lo stesso Gal­loppa. Certo, all’estero è più facile far gio­care i giovani, non c’è questa pressione, qui devi stare attento a non bruciarli, da noi si fa fatica ad accettare gli errori, si concede sempre poco tempo».
A proposito di tempo. Ne manca poco a Inter-Siena.
«Ci proveremo. Ci proviamo sempre».

Fonte: Corriere dello sport