A tre anni dalla scomparsa Paolo De Luca è ancora tra noi

 

“Dai Duccio, scrivi un ricordo per de Luca”. Così mi ha quasi ordinato Nicola Natili. Sembra facile! Sai l’originalità, mi dico, con quanti lo hanno fatto! E questo perché molti lo hanno conosciuto e moltissimi possono raccontare episodi, parole, battute. Eppure qualcosa di inedito sembra sempre poter venir fuori. Io pure ho qualcosa, dentro di me, che mi riporta a lui, alla sua giovialità, alla sua scaltrezza, alla sua comunicativa; ma forse sta proprio qui il segreto, la forza nascosta e potentissima della sua eredità umana: ha lasciato a ognuno di noi un ricordo personale; ognuno di noi ha dentro qualcosa di suo che lo lega a De Luca.

Questo dono ci ha permesso, nel tempo, di poterlo ricordare con passione e forse anche un po’ di ingenuità, lasciando solo la retorica vuota, come unica risorsa, ai personaggi “importanti”, cioè coloro che, per motivi diversi dalla vera passione dei tifosi della Robur, si fanno belli con la sua immagine, illudendosi così di crescere attaccandosi alla sua altezza.

E così Paolone ritorna nostro, dei tifosi “comuni”, di chi può ricordare di avergli parlato e aver avuto di ritorno da lui una carica di umanità e schiettezza. E quando questi ricordi tra amici diventano più di uno, allora gli occhi si inumidiscono, si guarda a terra, le parole si appuntano e si maledice la sorte che, per farci un dispetto violento e insensato, ce lo ha portato via, come uno di famiglia, uno zio, un nonno, un amico di una vita.

“Noi pochi, noi fortunati, noi banda di fratelli…” Queste parole Shakespeare, in uno dei suoi monologhi più alti, metteva in bocca ad Enrico V alla vigilia della battaglia di Agincourt, chiamando a sé i suoi pochi fedelissimi, infondendo in loro il coraggio per affrontare la battaglia del giorno dopo, che li vedeva nettamente sfavoriti, dando a loro animo e coraggio per ribaltare, come realmente avvenne, l’impari confronto numerico con  i francesi.

E’ lo stesso spirito che De Luca (fatte le debite proporzioni, è ovvio) ci ha sempre infuso dentro, a noi tifosi suoi amici, dandoci la convinzione impossibile di farcela, di superare gli ostacoli, di credere nella concretizzazione di un sogno, ma di un sogno continuo. Tenace quindi, ma sempre con il sorriso e l’ironia sulle labbra.

 “Io vi condurrò ma voi, per vincere in guerra, mi dovete seguire!”. Mi scrisse così, come risposta, in una dedica su un libro, ad un mio vecchio discorsetto di cui gli avevo fatto omaggio, in cui lo paragonavo al napoletano Giordano d’Anglano, che combatté con i senesi a Montaperti. Mi rispose così, con uno sprone e mi sentii, nel mio piccolo di innamorato della Robur, responsabilizzato tantissimo, perfino, scioccamente, oltre le mie responsabilità di tifoso.

Solo adesso mi accorgo che non ho detto nulla di nuovo sulla sua figura, che non ho ricordato molte cose spiritose o simpatiche di lui, ma ho solo raccontato l’effetto che ha fatto su di me, come su tanti di noi. Però forse è giusto così. In questi giorni di triste anniversario è giusto ripensare alla forza della sua positività, che deve scuotere i senesi troppo spesso rinunciatari (ma solo nel tifo?) e stimolarli a fare dei passi avanti, nel loro impegno per la squadra, e non dei passi indietro.

Mi scuso se un po’ di eccessi sono entrati in queste quattro righe, ma forse un po’ di quella sanguigna spavalderia, che Paolo De Luca mi regalò, è tornata farsi vedere. (Duccio Proscia)

Fonte: Fedelissimo Online