A un decennio dall’avviso di chiusura indagini della Procura di Cremona, ripercorriamo le tappe di una delle pagine più controverse del Calcioscommesse che coinvolse l’allora allenatore del Siena.
Sono trascorsi dieci anni da quando la Procura di Cremona notificò l’avviso di chiusura delle indagini nell’ambito della vasta inchiesta sul Calcioscommesse. Tra i 130 destinatari figurava un nome di spicco: Antonio Conte, all’epoca commissario tecnico della Nazionale italiana. Per lui l’accusa era di frode sportiva, un’ipotesi di reato grave che andava a sostituire quella, ancora più pesante, di associazione a delinquere, che venne a cadere.
I fatti contestati risalivano al suo periodo sulla panchina del Siena, durante il campionato di Serie B 2010-2011, e gettarono un’ombra significativa su una carriera in piena ascesa. La vicenda, complessa e densa di colpi di scena processuali, merita di essere analizzata nel dettaglio per comprenderne la portata e le conseguenze.
Le contestazioni mosse dal procuratore di Cremona, Roberto di Martino, si concentravano su due partite specifiche. La prima era Novara-Siena del 1° maggio 2011, terminata con il risultato di 2-2. Secondo l’accusa, Antonio Conte avrebbe compiuto atti diretti a ottenere un risultato diverso da quello conseguente al corretto svolgimento dell’incontro. Nello specifico, l’avviso di chiusura indagini riportava che l’allenatore “comunicava ai giocatori del Siena che era stato raggiunto dalle squadre l’accordo sul pareggio, così condizionando, anche in considerazione del ruolo di superiorità nei confronti dei calciatori della sua squadra… il risultato”.
Il secondo episodio, ancora più dettagliato nelle carte degli inquirenti, riguardava la partita Albinoleffe-Siena del 29 maggio 2011. In quel frangente, con il Siena già matematicamente promosso in Serie A e l’Albinoleffe alla ricerca di punti fondamentali per l’accesso ai play-off, si sarebbe consumato l’illecito. Le indagini evidenziarono il ruolo di Cristian Stellini, allenatore in seconda, che di comune accordo con dirigenti e altri membri dello staff, avrebbe chiesto ai giocatori del Siena, Carobbio e Terzi, di “pilotare” il risultato della partita di ritorno.
L’atto finale si sarebbe svolto durante una riunione tecnica alla quale, secondo la Procura, parteciparono l’allenatore Conte, il vice Alessio, il collaboratore Stellini, il preparatore Savorani e l’intera squadra. In quell’occasione, anche a seguito del “benestare” di Conte, sarebbe stata presa “la decisione definitiva di lasciare la vittoria all’Albinoleffe”.
La vicenda di Conte si inseriva in un contesto molto più ampio, uno scandalo che travolse il calcio italiano con un’eco mediatica vastissima. Tra gli indagati figuravano nomi illustri del panorama calcistico come l’ex attaccante Beppe Signori, il capitano della Lazio Stefano Mauri e l’ex capitano dell’Atalanta Cristiano Doni. Anche l’allora allenatore dell’Atalanta, Stefano Colantuono, finì nel registro degli indagati per frode sportiva in relazione alla partita Crotone-Atalanta. Il caso toccò trasversalmente club e tesserati, delineando un quadro preoccupante sulle infiltrazioni delle scommesse illecite nel mondo del pallone.
In questo scenario, la posizione di Conte divenne emblematica, sia per il suo ruolo di CT della Nazionale, sia per il successivo percorso con la giustizia sportiva. A inchiodarlo, nelle prime fasi, furono soprattutto le dichiarazioni di un ex giocatore del Siena, Filippo Carobbio, descritto come la “gola profonda” dell’inchiesta. Carobbio dichiarò agli inquirenti che Conte e i suoi collaboratori non solo erano a conoscenza delle combine, ma ne avevano attivamente organizzato l’esito.
Tuttavia, il procuratore della FIGC, Palazzi, non ritenne pienamente attendibile questa versione più grave, e scelse di deferire il tecnico per il reato di omessa denuncia: in sostanza, l’accusa era di non aver denunciato i tentativi di illecito pur essendone a conoscenza. Di fronte a questo scenario complesso, ancora oggi ci si interroga su dove risieda la radice del problema, se negli atleti stessi o in un sistema più ampio che fatica a riformarsi, nonostante gli sforzi profusi negli ultimi anni anche da parte di siti scommesse regolamentati per garantire un ambiente di gioco trasparente e controllato.
Il processo sportivo per Antonio Conte, che nel frattempo era diventato allenatore della Juventus, fu un percorso tortuoso. Un tentativo di patteggiamento per una pena ridotta venne respinto dalla Commissione Disciplinare, che il 10 agosto 2012 emise una sentenza durissima: 10 mesi di squalifica per omessa denuncia, ritenendo l’allenatore responsabile per non aver saputo o voluto vedere.
La difesa, affidata all’avvocato Giulia Bongiorno, puntò in Appello a smontare la credibilità di Carobbio e a spostare le responsabilità sul vice Stellini, che aveva già patteggiato una lunga squalifica. Il 22 agosto, però, la Corte di Giustizia Federale confermò la squalifica di 10 mesi, pur prosciogliendo Conte per l’episodio relativo a Novara-Siena. La svolta arrivò solo nell’ottobre del 2012 con il ricorso al TNAS, il Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport, che ridusse la sanzione a 4 mesi.
Conte tornò in panchina il 9 dicembre 2012, dopo aver saltato la finale di Supercoppa, 15 partite di Serie A e l’intera fase a gironi della Champions League. Quella vicenda è rimasta una “nota dolente”, una “macchia” sulla sua carriera, tanto da essere usata come arma retorica anche da avversari come José Mourinho in uno dei loro celebri botta e risposta. Nonostante una carriera proseguita con grandi successi, la squalifica per il Calcioscommesse rappresenta un capitolo indelebile e controverso della sua storia professionale.
