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16/10/20 09:53 | Esclusiva Fol – Morgia: “Anna Durio è stata malconsigliata. Senesi, date una mano a Gilardino”

“Continuo il mio viaggio da zingaro, per realizzare un sogno collettivo. Vado dove posso fare quello che faccio ormai da dieci anni: a parte la prima squadra e l’esigenza di vincere, poter lavorare con i ragazzi del settore giovanile. Come facevo a Siena, anche se c’era solo la Juniores”. A parlare, al Fedelissimo Online, è Massimo Morgia, l’allenatore che sei anni fa vinse il campionato di Serie D (girone E), lo stesso in cui milita adesso il Siena. Morgia è ripartito quest’anno dalla Vigor Lamezia, in Eccellenza, categoria in cui “non ho mai allenato, a parte quando ho cominciato la carriera, ma ero allenatore-giocatore e dopo poco tornai a giocare, a Pietrasanta. Scendere in Eccellenza non mi ha disturbato, io non guardo la categoria. Quello che conta è il calore, l’entusiasmo. E avere la possibilità di dedicarsi al vivaio. Ma poi ti accorgi che contano solo le prime squadre. A Chieri, dove avevo un contratto pluriennale, è successo questo. Certo, ha contribuito senz’altro il Covid…".

Davvero, Massimo, non ti ha pesato scendere in Eccellenza?

Assolutamente no. Ho rifiutato molte volte la Lega Pro, perché se non c’è un progetto legato ai giovani io non vado. Anzi, se trovassi un posto in cui mi facessero lavorare solo col settore giovanile, sarebbe la mia prima scelta.

Come doveva succedere a Siena.

Sì, Coppola sarebbe stato l’allenatore e io direttore tecnico. Vaira un giorno mi comunicò che il campo l’avevano trovato, a Colle Val d’Elsa, ma solo la mattina per la prima squadra. E la Juniores, che ha la scuola, come fa? “Ti dovrai arrangiare”, mi rispose. Eh no, io non mi arrangio. E rifiutai.

Scelta giusta, vedendo come è andata.

Qualche dubbio già lo avevo. Non per Anna Durio, perché penso sia seria e corretta. Ha fatto tutto con onestà, per il figlio. Ma l’hanno portata nel baratro. Era malconsigliata, aveva intorno gente con pochissima esperienza.

Sei anni dopo, il Siena ripiomba di nuovo in D.

Ci sono rimasto molto male. A Siena, lo sapete, ci tengo particolarmente. Mio zio è stato giocatore e allenatore, mia mamma era di Volterra ma è nata in Via Stalloreggi. Quell’anno è stato bellissimo, si è creato immediatamente feeling con la squadra, la società e l’ambiente. Peccato per la partita col Gavorrano, sarebbe stato ancor più bello festeggiare in casa, ma ci siamo rifatti con lo scudetto. Mi sarebbe piaciuto continuare ma…

Ma Ponte smantellò tutto e puntò subito alla B, indebitandosi.

I soliti compromessi del calcio. La C sei costretto a farla con i giocatori che ti pagano altri. La scelta di Ponte tolse entusiasmo. Andarono via tutti tranne Portanova, e non è una bella cosa per me. La C mi fa letteralmente schifo. Tolte poche squadre che investono, è fatta di prestiti continui e società che trascurano il settore giovanile per fare il calcio che fa comodo al grande calcio. Non c’è più identità. Fino agli anni ‘90 la C era il grande serbatoio del calcio italiano, l’hanno ridotta a uno schifo.

Come sei anni fa, il Siena di ora è partito in forte ritardo. Quali furono le maggiori difficoltà che riscontrò la tua squadra?

Sono sincero, grandi difficoltà non ne ho avute. Ebbi la fortuna che molti giocatori della Pistoiese non si erano ancora accasati. In più non volli prendere nessuno senza conoscerlo. La gente veniva in prova, compresi Titone, Zane, Russo, Riva. Il nome Siena tirava, ed era un bel vantaggio.

Una mano la dettero i tifosi. Quasi 4.000 abbonati, trasferte oceaniche. Ora è tutto più complicato.

Si creò subito questa sintonia con i tifosi e con la città che ci permise di sentirsi protagonisti. Caridi lo conosco da una vita, Gilardino l’ho sentito e mi sembra molto preparato e una bella persona, un campione del mondo con umiltà incredibile. Loro, a differenza mia, hanno questo cavolo di Covid di mezzo. Allenano giocatori che non giocavano da mesi e in più sono senza pubblico. Siena con la D non c’entra niente, ma noi con 4.000 abbonati non ci sentivamo in D. La pressione era piacevole perché lo stadio era sempre pieno, per me era facile perché venivo trascinato da questa cosa. Adesso la pressione è solo mediatica, i vantaggi della grande piazza non ce l’hai. Per questo per Gilardino sarà ancora più dura, e per questo chiedo ai tifosi di stargli vicino.

A proposito di tifosi, è nata di recente l’associazione dedicata ad Arturo Pratelli.

Sono stato due giorni a Siena per i funerali. Per me quei ragazzi là, i Boys, ed Arturo in primis, erano speciali. Sono stato anche a parlare nella sua scuola a Sovicille, fu lui ad organizzare l’incontro. Con lui avevo un rapporto non speciale, di più. Parteciperei più che volentieri all’iniziativa.

Domenica c’è la Flaminia. Ti ricordi di quel 6-1?

Le partite me le ricordo poche, mi ricordo più i momenti. Come la delusione cocente col Gavorrano. Ora che mi dici il risultato finale, 6-1, qualche immagine mi torna in mente. Soprattutto il fatto che c’era parecchia gente.

Chiudiamo con un saluto.

Faccio un saluto a tutti, in particolare ai ragazzi della curva con cui avevo un grande legame, e un appello alla città, di stringersi alla squadra e, inizialmente, di guardare meno ai risultati e di dare tempo. La situazione Covid influisce tanto. Il calcio è gioia, e devi essere libero di testa per fare grandi prestazioni. Leggi i giornali, guardi la tv, aumentano i casi, c’è la paura che blocchino tutto: è una situazione particolare. Per questo chiedo di far sentire la propria vicinanza anche attraverso il web e i giornali.

(Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fedelissimo Online