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18/03/20 10:41 | Ardito: "Mettiamo l'interesse del collettivo davanti al nostro"

L'emergenza Coronavirus mette un freno allo sport in Italia e nel mondo. Ne fa le spese anche e soprattutto il calcio. La routine è completamente stravolta e con essa lo svolgimento dei campionati, che adesso sono a forte rischio. “Per me si riprenderà, bisogna vedere quando. Tutto dipende dalla salute delle persone, la priorità è questa – osserva a Il Fedelissimo Online l'ex bianconero Andrea Ardito -. Io vivo di calcio da 30 anni, non ho altri lavori o entrate. Per me è proprio la vita. Però in questo momento stiamo a casa. L'interesse, anche economico, lascia la strada alla salute e al benessere nostro e degli altri”. L'ex centrocampista di quel Siena protagonista della cavalcata verso la storica promozione in Serie A inquadra il problema: “È un virus che colpisce tutti, particolarmente le persone anziane o con patologie pregresse: tutti dobbiamo fare qualcosa per aiutarle. Io vivo in Lombardia, non so com'è la situazione lì in Toscana dove sta mia madre. Abito vicino a Milano, qui c'è una percezione diversa dell'emergenza. Qui vengono toccate anche le persone che conosci, quelle che prima avevi accanto le ritrovi in terapia intensiva. È una situazione tosta, oltre che grave”.

Vive lì anche per questioni lavorative, visto che è entrato in corsa alla guida del Milano City in lotta per la salvezza in Serie D. In questo momento pensare al campo non sarà facile...

“Essendo la zona più colpita abbiamo vissuto la situazione per primi. Dal primo caso a Codogno allo stop totale dei campionati abbiamo attraversato un periodo in cui non potevi allenarti o fare la doccia in spogliatoio. Non riuscivi ad assicurare i dovuti controlli che servono a staff e calciatori, in Serie D le squadre che hanno il dottore al campo tutti i giorni sono pochissime. Non potevamo rispettare nemmeno le minime indicazioni. Di norma ci alleniamo a Milano, ma vista la situazione siamo dovuti andare a svolgere la seduta in un campo a un'ora di distanza e senza la possibilità di fare le docce. Un periodo veramente complesso, nel quale dovevi comunque pensare alla partita della domenica o del mercoledì. Era però veramente difficoltoso far sì che tutti i ragazzi potessero lavorare in maniera adeguata, soprattutto a livello mentale”.

Serie D e C sono stati i primi campionati a chiudere le porte degli stadi o rinviare le partite, mentre A e B hanno un po' titubato.

“Più scendi di categoria e meno interessi economici trovi. Nelle serie minori, pur essendoci, sono inferiori a quelli di Serie A e B. Per me il presidente della LND, Cosimo Sibilia, ha fatto un grande gesto riconoscendo per primo la gravità della situazione e poi seguendo a ruota le scelte delle altre leghe. È stata la prima persona ad avere il coraggio di fare qualcosa di concreto”.

Parlare di ripartenza dei campionati il 5 aprile è impossibile...

“Ieri è arrivata una comunicazione dalla scuola di mio figlio, vogliono compilato un foglio per iniziare le lezioni delle elementari a distanza. Quando arrivano queste indicazioni dagli istituti scolastici, a catena si sviluppa tutto il resto. Impossibile riprendere in quella data, sarebbe già un miracolo riuscirsi ad allenare il 5 aprile”.

Stimerebbe un'eventuale ripresa tra i mesi di aprile e maggio?

“La speranza è quella. Riprendere vorrebbe dire che la situazione è migliorata. Vedendo però quello che sta succedendo qua, non credo che si riuscirà a ripartire con le dovute garanzie nel giro di poco tempo. Anche se tra venti giorni calassero i contagi non sarebbe ancora finita. In Serie D non si possono assicurare controlli di standard elevato. Il campionato in questo momento non è l'ultimo dei problemi, ma la salute viene prima di tutto”.

L'imperativo è quello di restare a casa, malgrado ciò qualcuno continua a non rispettare questa direttiva...

“Magari per noi in Lombardia, essendo i più colpiti, ci sembra più naturale. Io ho la fortuna di avere una casa grande e un giardino in cui i miei figli possono andare a prendere un po' d'aria, ma il problema è per chi vive da solo, in un palazzo o non ha un balcone”.

In Italia le istituzioni calcistiche si sono svegliate tardi?

“Non si può giudicare, è una situazione che non accadeva dalla prima guerra mondiale. Prendere decisioni in questo momento è veramente difficile. Nelle prime settimane qui al nord c'era confusione nelle scelte. Noi se ci allenavamo non potevamo fare le docce in spogliatoio, mentre ai bambini in palestra era permesso. C'è stata troppa differenza tra un Comune e l'altro, mentre ora, capita la gravità della situazione, c'è uniformità su tutto. Adesso c'è solo da mettere l'interesse del collettivo, specie di chi sta meno bene, davanti al nostro”.

(Giacomo Principato)

Fonte: FOL