Il calcio italiano è un circo mediocre con radici disastrate di Niccolò Anfosso

“Il quadro attuale non è molto confortante, perché la Serie A ha perso terreno non solo sulla Premier League, ma anche su Liga e Bundesliga, nel valore della produzione e nei ricavi dai diritti audiovisivi. La situazione delle infrastrutture vede solo quattro stadi di proprietà e un’età media degli impianti di oltre sessant’anni, con il 90% degli stadi del tutto carenti sotto il profilo dell’efficienza energetica. I bilanci delle società sono in sofferenza, con casi di profondo indebitamento e frequenti ricapitalizzazioni”. Le dichiarazioni di Lorenzo Casini, presidente della Lega Serie A, fotografano l’ineluttabile regressione del calcio italiano. Ma sono parole destinate a cadere nel vuoto. Come direbbe l’antico oratore romano Quintiliano: “Ars dicendi bene”, “l’arte del parlar bene”. Buon contorno estetico d’un eloquio fluente e limpido, ma scevro di contenuto. Parole, parole e ancora parole. Da diversi anni ci si interroga sul declino strutturale del sistema pallonaro, disquisendo di ‘giovani non lanciati’, ‘troppi stranieri’, ‘squadre B’, ‘miglioramento delle infrastrutture’, ‘lavoro sull’educazione culturale’, ‘accrescimento della formazione’. L’attenzione mediatica dei ‘problemi alle radici’ sale come un climax ascendente ogni istante in cui la Nazionale italiana di calcio fallisce un appuntamento importante. Ma discutere delle complicazioni che attanagliano il calcio italiano è divenuto un puro esercizio di retorica, svuotata d’ogni significato. Sono discussioni che non assumono nemmeno lontanamente le sembianze della sterzata decisa nelle segrete stanze dei bottoni.

I politici del pallone, negli ultimi anni, hanno condotto il calcio italiano sull’altare più elevato delle figure barbine. Un circo mediocre, tenuto sotto il tallone dall’avidità di impresari incollati alla loro poltrona, procrastinando ogni possibile cambiamento in positivo.

– Rimembriamo il caso Pro Piacenza di febbraio 2019. Il club versava in condizioni economiche disastrose, dopo mensilità non versate ai tesserati, messa in mora e svincolo dei giocatori. La Lega dispose per il 14 febbraio l’obbligo di rientro in campo, pena la radiazione del club. E al Paschiero di Cuneo comparvero 7-8 ragazzetti presi dalla strada, alcuni dei quali nemmeno tesserati, costretti all’umiliazione domenicale. Annesso e connesso il selfie del massaggiatore della squadra, in piazza centrale a Cuneo, mentre s’apprestava a mangiare un panino prima dell’esordio tra i professionisti (concluso pochi minuti dopo per uno stiramento). Stiamo parlando di professionismo! Il 20-0 deve risuonare come una sirena giornaliera nelle orecchie di Ghirelli, Gravina e compagnia cantante. Quante volte abbiamo sentito: “Basta casi Trapani, Pro Piacenza”? Puro esercizio retorico.

– Rimembriamo una delle più grandi commedie dell’assurdo dell’ultimo ventennio sportivo: il caos ripescaggi dell’estate 2018. In Serie B non s’iscrivono Cesena, Bari e Avellino. Il commissario Unico Federale, Fabbricini, accoglie la richiesta della Lega B per mutare il format del campionato, riducendolo a 19 squadre. Il motivo? La spartizione dei proventi televisivi e commerciali. Ricordo le immagini di Sportitalia dei calendari di B bloccati dalla FIGC durante il suo stesso svolgimento in diretta nazionale. Uno scempio, orchestrato da Fabbricini su assist di Balata, con il primo che modificò le noif (norme federali) al fotofinish, quando la linea temporale della regolarità prevedeva un anno di anticipo. E via di ricorsi e contro-ricorsi. Perché Pro Vercelli, Ternana, Novara, Siena e Catania versarono nelle casse federali pure gli ultimi centesimi dei milioni necessari alla presentazione delle domande di ripescaggio. In una graduatoria che non fu mai resa pubblica dalla FIGC.

– Rimembriamo la mancata riammissione della Virtus Entella alla Serie B 2018/2019. A favore dei liguri si pronunciò, con una sentenza, la Cassazione dello sport, il Collegio di garanzia del Coni, che il 19 settembre riammise i liguri in cadetteria, senza però che alcun organo federale ottemperasse la pronuncia. Un danno clamoroso per la società: il TAR spiegò che era passato troppo tempo dall’inizio del campionato, e che prevalse l’interesse della “regolarità del campionato”. L’Entella rimase ferma fino a novembre inoltrato, iniziando la Serie C con una decina di gare da recuperare. L’ultima delle quali, udite udite, (Piacenza-Entella, che era in programma a ottobre) calendarizzata ad aprile in barba alle norme federali che prevedono tassativamente che la gara d’andata si giochi prima di quella del ritorno. Fu tra l’altro un incontro decisivo per le sorti del campionato, che vide poi i liguri promossi in Serie B all’ultima giornata, dopo un’annata di assurde peripezie per le incomprensibili decisioni degli organi del calcio italiano.

– Rimembriamo l’esperimento delle squadre B: un fallimento complessivo, che ha raccolto l’adesione della sola Juventus U23. E che ha visto in questi anni al centro del progetto giocatori over, nella fase più matura della loro carriera (sempre nell’universo della terza serie), specchio dell’impoverimento del nostro calcio. I vari Brighenti, Fabrizio Poli, Del Fabro e Brunori (esploso quest’anno al Palermo), posizionati al fianco di alcuni giovani emergenti, schierati quasi più per necessità che non per virtù. Con un movimento unidirezionale: la continua rincorsa a modelli tecnici e tattici, oltre che comportamentali, esteri, senza possedere una base strutturale adeguata alle esigenze di sviluppo del sistema.

– Ogni anno, in Serie C, rischiano di sparire decine di squadre che fanno il passo più lungo della gamba. Il Catania è solamente l’ultima di una lunga serie. Dal 2011 a oggi – nell’arco di poco più di dieci anni – sono tantissime le società di Lega Pro, militanti dunque nei campionati di Serie C (comprese Serie C1 e C2 fino al 2013/14) che non sono riuscite a iscriversi ai campionati e/o sono fallite per difficoltà finanziarie. Ben 76 (!) le società fallite e/o non iscritte al campionato, considerando solo chi ha partecipato alla Lega Pro (non quindi le retrocesse dalla Serie B o le promosse dalla Serie D). Nel corso di queste stagioni sono stati ben 465 i punti di penalizzazione assegnati a 117 squadre complessivamente per inadempienze. Il passaggio ad una sola divisione sembrava poter appiattire i costi, ma i passivi accumulati sono sempre più consistenti. Il campionato quest’anno si è chiuso a 59 squadre, per la seconda stagione filata. Escludendo la stagione 2019/2020, rotta a metà dalla pandemia, è dal 2017 che la Serie C non si chiude con tutte le società che l’hanno iniziata.

– Serie C, laboratorio di giovani? No, la Serie C è la sagra del mercato degli Under: la vera tragedia della meritocrazia. Per la stagione sportiva appena trascorsa, per i calciatori nati nel 1999, 2000, 2001, 2002 e nelle annate seguenti (gli Under) è stato determinato il minutaggio di ogni società solo in caso di superamento della soglia minima di 270′ giocati da ogni singolo calciatore, e fino alla soglia massima di 450′ disputati. Nel girone B, dal regolamento della Lega Pro, ogni minuto di un “Under” è valso 14,61 euro, con una maggiorazione del 150% se il giocatore è cresciuto nel vivaio del club. Nel girone C il premio è stato più alto: ogni minuto che un giovane ha calcato sul prato verde è valso 20,50 euro; nel girone A poco meno di 13,92 euro. Così la qualità viene fatta accomodare in panchina per migliorare (con pochi spiccioli) bilanci già disastrati, allungando l’agonia di piazze blasonate con un glorioso passato storico.

– Settori giovanili e squadre di giovanissimi in mano a tecnici che scorrazzano sui campi di allenamento con in mano tablet, block notes densi di appunti e  schemi di calci piazzati, senza mai aver toccato un pallone in vita loro. Un folle immobilismo: società dilettantistiche spiegano a ragazzini delle scuole medie le marcature preventive, gli angoli sul primo palo, le uscite da dietro, l’avanzamento del baricentro. Il riscontro empirico con la realtà il più delle volte stenta, e i giovani finiscono spesso ancorati a precetti teorici che sovrastano la componente pragmatica. La oscurano, la trascurano. Così si disperdono fucine di ‘possibili’ talenti.

La competenza, chiave ontologica del successo, latita nel panorama italiano, ad ogni latitudine. Direttori sportivi che fanno mercato appoggiandosi ad amici procuratori (succede in A, come in D e in Eccellenza), o sottostanno pedissequamente agli ordini del proprio presidente. Riforme paventate, estati passate a proclamare una Serie A a 18 squadre, una B spezzata in due, una C bacino di giovani, una D semiprofessionistica, un’astratta valorizzazione del prodotto. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le leghe dei maggiori campionati europei viaggiano dieci spanne sopra all’ ‘italica altezza’. Ma un sussulto di dignità, ogni tanto, non servirebbe?

Prima di parlare dell’Italia che non si qualifica ai Mondiali, del livello della Serie A, delle italiane in Europa, riflettiamo sulle radici. Rovinate da un sistema rotto e corrotto. Un sistema morto, che chi governa il pallone fa credere esser ancora vivo e vegeto. (Niccolò Anfosso – editoriale da fcinternews.it)

Fonte: FOL