C come condottiero, C come capitano. Un ruolo che gli era stato assegnato all’inizio della stagione precedente, quella della Snai, delle spese faraoniche e della sofferta salvezza allo spareggio col Saronno. “Partii capitano ma poi fui messo da parte e la fascia passò a un giocatore più esperto, forse Fiorin. La riottenni l’anno dopo”, racconta al Fedelissimo Online uno dei protagonisti di quell’anno e della storia della Robur, Michele Mignani, con cui concludiamo il nostro giro di interviste relative alla promozione di 20 anni fa.
Cominciamo proprio dall’anno della Snai, che fa da “anteprima”.
Mi ricordo grande sofferenza. Partiti con tanti proclami, ci siamo trovati in situazioni pericolose. Probabilmente la società sbagliò nella gestione tecnica della squadra. Discepoli venne esonerato prima dell’inizio, Di Franco non aveva grande esperienza. Meno male arrivò Di Chiara che con i suoi metodi e il suo carattere raddrizzò una stagione che altrimenti avrebbe preso una piega pessima. Ricompattò il gruppo scegliendo i giocatori più per i valori umani che quelli tecnici, e centrò un’impresa veramente difficile.
Buona parte di quel gruppo rimase anche l’anno successivo.
La base sì, rimase quella, ma si aggiunsero giocatori determinanti come Colasante, Pagano e Sciaccaluga. E poi un allenatore emergente con grande entusiasmo che portò una ventata di novità.
Inizio della stagione 1999-00, cosa ti ricordi?
La ripartenza fu difficile, con un cambio di società mentre eravamo in ritiro. Anche per quello il mercato fu fatto poco, e si può dire che è stata la nostra fortuna perché rimase il gruppo solido della salvezza. Da parte nostra c’era grande voglia di rivalsa e la convinzione che quella squadra potesse fare un buon percorso. Ma erano altre le squadre costruite per vincere: il Pisa, la Spal, il Livorno.
La partenza fu impressionante, poche giornate ed eravate già primi.
La storia di Sala racconta che le sue squadre sono sempre partite forte, e quella partenza ci fece prendere consapevolezza. Riuscimmo a spuntarla sul Pisa. Avevamo tanti punti di vantaggio e anche in virtù dell’essere partiti molto forte subentrò un calo fisico. L’ambiente ci seguiva, ci aiutava, dopo tanto tempo Siena stava riscoprendo la realtà calcistica. Fu un campionato particolare, chiudemmo con 58 punti mentre l’anno dopo al Modena toccò farne 74 per vincere.
I flash che tornano in mente?
I più limpidi sono la vittoria a Livorno e quella col Pisa che fu quella che ci diede lo slancio decisivo. Poi le trasferte di Ferrara e Lucca con tantissimo seguito. E ovviamente l’ultima partita col Sandonà. Eravamo obbligati a vincere, ma la percezione era come se avessimo già vinto prima di cominciare, tanta era la nostra sicurezza.
Segnasti anche un gol, contro l’Albinoleffe.
Più un altro mezzo gol con la Reggiana. Adesso me lo avrebbero dato, all’epoca contò come autorete.
Gran difesa, quella del Siena.
A sinistra Pinton, a destra Macchi, in porta Mancini, al mio fianco Voria. Con Gill ho sempre avuto un rapporto particolare dal primo giorno che ci siamo conosciuti. Eravamo una coppia che si assemblava perfettamente, complementari in campo e amici fuori. Io nel centrosinistra, lui nel centrodestra.
Qualche curiosità di quella stagione?
Il fatto che nell’annata che ha dato il via alla crescita del Siena fino alla Serie A ci allenassimo a Uopini, che adesso è in sintetico ma prima era in terra. Ma di ricordi ne ho tanti, quando vinci ogni cosa ti sembra meravigliosa. Bella anche la percezione della gente. Il primo anno a Siena potevo passare per il corso ed essere scambiato per una persona qualunque. Quell’anno no, la gente la sentivi veramente vicina.
Quella stagione ha cambiato la storia del Siena, in tutti i sensi. C’è un prima e un dopo, e il prima è fatto di tantissima polvere e pochissima gloria.
Venivo dalla Serie B, e a 24 anni la mia ambizione era quella di tornarci. Mi ricordo che in città la gente era convinta che il Siena non volesse andare in una categoria superiore. Almeno queste erano le voci di Siena. Poi c’è stato questo evento storico e inaspettato, che come tutte le cose inaspettate ti ha fatto godere ti più.
Sei stato ad un passo da un altro evento storico e inaspettato, due anni fa.
Sì, anche quella stagione è stata inaspettata, credo che nessuno all’inizio potesse pensare al Siena come una possibile candidata alla vittoria del campionato. La media punti è stata più alta di quella del 2000 (1,88 rispetto a 1,7, ndr). È andata male. Se le cose avessero fatto il loro corso la B l’avremmo conquistata in un altro modo.
Avrebbe segnato un altro spartiacque della storia del Siena.
Probabilmente sì, poteva essere l’inizio di un secondo ciclo, di una seconda svolta.
C’è da mangiarsi le mani, a ripensare alla finale di Pescara.
Il rammarico più grande è stato non poter giocare con tutta la rosa a disposizione, o comunque con meno defezioni. Eravamo ridotti all’osso.
Non ti era venuto in mente, vista la situazione, un atteggiamento più prudente all’inizio?
Mi era venuto in mente, ma avevo paura di far passare un messaggio sbagliato alla squadra. Durante l’anno avevamo fatto della nostra esuberanza e della voglia di fare la partita la nostra forza. Invertendo le cose c’era il timore di dare un segnale sbagliato. Ho provato a mantenere la stessa mentalità e lo stesso atteggiamento. E nei primi venti minuti ha funzionato. Poi abbiamo commesso degli errori che in una finale si pagano caro. Ma se rileggo la formazione nostra e quella del Cosenza, che aveva giocatori che sono saliti anche in Serie A…
C’è stato anche uno sprazzo di 4-3-3, il modulo di Antonio Sala.
Siamo partiti dall’inizio con quel modulo solo nel primo tempo con la Reggiana, in casa. Dovevamo segnare e pensavamo ci fosse più possibilità di farlo lasciando Marotta davanti e Guberti e Neglia aperti.
Neglia è stato uno dei punti interrogativi di quell’anno. Sembrava limitato, ingabbiato nel modulo. Una costrizione sparita nella parte finale, dove ha trovato più libertà.
A Viterbo aveva ricoperto tutti i ruoli dell’attacco, a me piaceva tantissimo per il suo modo di muoversi, il dinamismo e l’abilità nel non dare punti di riferimento, che è poi quello su cui avevo improntato la squadra. Nella mia testa all’inizio del campionato, prima dell’arrivo di Guberti, c’era l’idea di farlo giocare trequartista, nel ruolo di “rompiscatole” alle spalle dei centrocampisti avversari. Poi in ritiro mi accorsi che non lo faceva volentieri e abbandonai questa idea, che poi ripresi in casa col Catania, dove avevamo delle assenze. Stessa cosa al ritorno.
La squadra dello scorso anno, stagione 2018-19, era più forte?
Non lo so se era più forte. Di sicuro aveva più alternative. Però D’Ambrosio del primo anno non si è ripetuto il secondo anno, lui e Sbraga hanno guidato la seconda miglior difesa del campionato. Il secondo anno avevo delle alternative valide davanti, forse qualcosa anche in mezzo, mentre c’è stata più fatica sugli esterni, specialmente a destra. Poi ci sono stati dei problemi: Gerli fermo tre mesi, l’infortunio di Bulevardi. Inoltre c’era molta più concorrenza: il Pisa, il Piacenza, le tre retrocesse dalla B Entella, Pro Vercelli e Novara. E poi è stato un campionato assurdo. Abbiamo cominciato un mese dopo, abbiamo giocato con la Pistoiese prima il ritorno e poi l’andata, abbiamo perso tre punti rispetto all’Arezzo per via dell’esclusione del Pro Piacenza. Sono paragoni improponibili. È anche vero che dopo una stagione come quella che avevamo fatto l’anno precedente, le aspettative erano molto alte. Se non ci fossero state quelle aspettative e si fossero invertite le annate, la scorsa stagione sarebbe stata considerata importante. Abbiamo perso 6 partite soltanto, abbiamo battuto il Pisa, l’Entella e due volte il Piacenza.
“Ho allenato il Siena come se fosse il Real Madrid”. Le tue ultime parole da mister.
Per me è stato un sogno e me lo sono goduto fino in fondo. Credo di aver dato tutto me stesso con i miei pregi e i miei difetti. Sono state due annate meravigliose, mi hanno permesso di crescere come allenatore e rifarei tutto quello che ho fatto.
Penso al rapporto con i tifosi: amore, sì, ma anche critiche. Quanto è difficile lavorare a Siena?
Nel calcio non ci sono risposte scientifiche. La storia insegna che squadre costruite per vincere per tanti anni non hanno vinto, e squadre nate per salvarsi hanno fatto campionati importanti. Ripeto: io sono sempre stato a posto con la coscienza, quando ritieni di aver dato tutto te stesso altro non puoi fare. Se le critiche a volte sono eccessive e prevenute qualcuno ci può rimanere male. Capisco il tifoso che, l’ho sempre detto, ha un amore sviscerato che a volte trascende in situazioni più grandi di quelle che ci dovrebbero essere. Capisco che è la mentalità di Siena, che si porta dietro una tradizione secolare riguardo il Palio. Ma il calcio è un’altra cosa. È vero, a volte i tifosi a mio modo di vedere hanno espresso disappunto in maniera esagerata. Credo però di aver avuto un buon rapporto fino alla fine con tutti. L’ho vissuta serenamente sia da calciatore che da allenatore. Non ho mai fatto una polemica sui tifosi e mai la farò.
Sala ha detto che tornerebbe in panchina volentieri, Gabetta ha preferito invece lasciare “intatto” il ricordo della sua esperienza in bianconero. Mignani tornerebbe ad allenare la Robur, in futuro?
La risposta di Gabetta è in funzione della scelta di lavoro che ha fatto. La mia è situazione diversa. Non avrei nessun tipo di problema a tornare ad allenare il Siena, nel momento in cui pensassi che sarebbe la situazione migliore per me. Se fosse giusto farlo, tornerei con grande entusiasmo.
(Giuseppe Ingrosso)
Fonte: FOL
