20 anni dalla promozione in B – Mangiavacchi: “Obiettivo era gettare le basi, ma nel calcio non si vince per caso. I tifosi sono stati la nostra forza”

Per chi il calcio lo vive in maniera così intensa ed è così legato al territorio, la chiamata del Siena non poteva lasciare indifferenti. Lo sa bene Claudio Mangiavacchi che, assieme al suo amato padre Arnolfo – per tutti Foffo –, decise senza indugi di offrire il suo aiuto alla Robur quando nell’estate del 1999 giunse la chiamata per entrare a far parte della nuova compagine societaria. Un esordio che più entusiasmante non poteva essere e che il tempo non ha sbiadito: “Sono cose che non si scordano facilmente. Sono passati 20 anni ma certi ricordi non svaniranno mai”.

Al primo anno di insediamento riusciste a riportare il Siena in serie cadetta. Qual è il ricordo più bello di quell’annata?
“Sicuramente il gol di testa di Voria contro il Pisa. Fu un gol stupendo, è salito dove pochi avrebbero potuto. Ricorda un po’ il gol che fece Flo alla Fiorentina qualche anno dopo. Non me lo scorderò mai”.

Come nacque la possibilità di entrare a far parte della Robur?
“Il sindaco Piccini chiamò direttamente mio padre. Lui essendo un grande appassionato di calcio, già in veste di presidente del San Quirico, non esitò ad accettare. Anche perché Siena non si poteva certo rifiutare; fare il dirigente al Siena penso sia la massima aspirazione per uno sportivo del territorio. Successivamente fummo messi in contatto con Leo Salvietti che insieme al sindaco tirò le fila della compagine”.

Eravate consapevoli di dover fare il possibile per risollevare la situazione dopo un’annata difficile.
“Quello precedente era stato un anno travagliato. Secondo me il sindaco fece una mossa eccezionale nella costituzione della società, perché dentro la nostra compagine c’era un certo Pastorello. Quest’ultimo aveva davvero una grossa esperienza nel calcio, fu fondamentale nel farci prendere qualche giocatore importante, come ad esempio Pagano. Comunque ritengo che la squadra fosse già forte dall’anno precedente, i vari Arcadio, Mignani erano calciatori importanti. Se non fossero stati adeguati per la categoria non avrebbero vinto”.

Nell’amichevole a Grosseto subentrò qualche problema, per quale motivo non era stata ancora trovata la quadra?
“Probabilmente Corradini stava cercando di forzare un po’ la mano. Alla fine ci fu un incontro risolutore con Pastorello e grazie a lui riuscimmo a chiudere la trattativa. Comunque sia io che mio padre eravamo certissimi che l’operazione sarebbe andata in porto”.

Che spogliatoio trovaste al momento del vostro arrivo?
“Per quanto mi ricordo trovammo una squadra in salute anche perché l’allenatore fece un grande lavoro. L’ambiente era ottimo”.

Pastorello-Ricci-Sala era un triangolo che funzionava alla perfezione.
“Antonio Sala era molto legato a Pastorello, la situazione tecnica la mandavano avanti senza problemi. Poi c’era Nelso Ricci, un direttore navigato, un’istituzione del calcio a Siena. Ci aveva apparecchiato tutta la tavola, non mi dimenticherò mai quello che ha fatto per Siena. La cosa più importante che secondo me è riuscito a fare è stata far giocare il Siena in C spendendo quasi niente. Ai tempi di Paganini il Siena non spendeva granché, e Nelso andava avanti arrabattandosi con i prestiti e come meglio poteva”.

Le piace la definizione di “portatori d’acqua” che Pianigiani vi ha dato al Fedelissimo Online?
“Assolutamente, mi ci ritrovo benissimo. Effettivamente noi facevamo da ago della bilancia. Ponte e Pastorello erano di vedute diverse su tantissime cose, però c’era una bella differenza perché uno sapeva di calcio. A noi toccava calmare le acque, il lavoro “sporco” per mandare avanti la società dovevamo farlo noi. I primi tempi le riunioni le facevamo a Siena, o nel mio ufficio o all’ufficio di Leo Salvietti. Alla fine i contatti con la città e i tifosi li avevamo soprattutto noi, Pastorello veniva a Siena una volta ogni venti giorni”.

Indubbiamente però il 40:40:20 era un modello di gestione molto particolare.
“Dal mio punto di vista la formula era azzeccatissima, perché non dava la possibilità di comandare né a Ponte né a Pastorello. Le decisioni venivano prese anche a seconda di come si muoveva il 20%, in fin dei conti i senesi dovevano tutelare il discorso istituzionale e l’immagine della città. Il problema di quando subentrano persone da fuori è che non sempre tutti sono degli innamorati del calcio, lo abbiamo visto con i nostri occhi nel 2010. Noi non ci si poteva permettere di fare brutte figure”.

Resta il fatto che vincere il campionato era quasi impensabile.
“Certamente non mi sarei mai aspettato di vincere il campionato. Però mi ricordo benissimo la partita che giocammo in notturna a Carrara, dove segnarono Argilli, Arcadio e Ghizzani e vincemmo 3-0. In quell’occasione Giambattista Pastorello mi si avvicinò dicendomi: “Non lo dire a nessuno ma noi si vince il campionato”. È stato un po’ come quando Paolo De Luca diceva che saremmo andati in Serie A e nessuno ci credeva. L’obiettivo era fare un anno tranquillo, gettare le basi per costruire una società abbastanza forte e solo dopo vedere cosa fare per migliorare. Avevamo rilevato una società mettendo dentro tanto denaro, ma non si poteva pretendere ad Agosto di vincere il campionato. Poi la cosa è venuta da sé perché la squadra era forte”.

C’è stato un momento in cui avete capito di potercela fare?
“Quando arrivano i risultati ti rendi conto di essere davvero forte. La sensazione di avere la squadra compatta e coesa secondo me si è avuta fin dall’inizio”.

Chi erano i giocatori simbolo di quella squadra?
“Arcadio era un giocatore importantissimo, decideva le partite. Quando saltava l’uomo metteva sempre l’attacco in superiorità numerica, atleticamente era devastante, in velocità era incontenibile. E non bisogna dimenticarci dei pilastri che erano Mignani e Argilli. Poi anche Colasante era un giocatore fondamentale, infatti quando due anni dopo Sala è andato a Cagliari se lo è portato dietro. Ma tutta la squadra era fortissima, ritengo che nel calcio non si vinca a caso”.

Una gara di quella stagione che le è rimasta nel cuore?
“In casa con il Pisa mi sono emozionato, è stata una cosa unica”.

E dei tifosi quali sono i ricordi?
“Bisogna dire la verità, secondo me la forza di questa società dal 1999 in poi sono stati loro. Non ci sono parole, non solo sono stati presenti, hanno aiutato e hanno sempre cercato di comprendere. Poi non facevano mai mancare l’apporto in trasferta, vedere tutta quella gente al seguito fa cambiare la prospettiva ad un calciatore. Colgo l’occasione per fare alla Robur e ai suoi tifosi i migliori auguri, spero che possa ritornare in Serie B quanto prima”.

(Jacopo Fanetti)

Fonte: Fol