100 anni fa moriva Amedeo Boscagli, un eroe bianconero

Bruno Bianciardi, socio e dirigente della S.S.Robur e poi tifoso irriducibile del Siena, fino alla sua scomparsa avvenuta alla fine degli anni ’60, è stato, insieme a tanti altri, un personaggio importante nel mio lavoro di ricostruzione della storia della Robur. Non era facile parlare con lui, ma quando si prendeva nella giornata giusta, gli piaceva raccontare i tanti episodi che avevano legato la sua vita a quella della Robur.

Una delle storie che più mi hanno colpito è stata quella di Amedeo Boscagli. Non parliamo di un calciatore, ma di uno sportivo che praticava, con buon profitto, sia il ciclismo che il podismo, uno di quegli eroi della fatica che riuscivano a moltiplicare le forze solo per il fatto di avere indosso l’amata casacca a scacchi bianconeri.

Amore, passione e un attaccamento morboso ai colori sociali erano le principali caratteristiche dei soci della Robur e Amedeo Boscagli non faceva eccezione. Sempre in prima fila quando c’era da organizzare, sempre con il massimo impegno nelle gare ricorrendo spesso alle ultime gocce di energia pur di superare l’avversario che gli stava davanti, pur di mettere la magica maglia a scacchi davanti a tutti.

Lo fece anche in quella maledetta gara in provincia di Arezzo, un sentitissimo giro ciclistico, che si sviluppava tra le province di Arezzo e di Siena. Era il 1915, mese di maggio, pochi giorni prima che l’Italia entrasse nel conflitto mondiale già in atto da qualche mese. A pochi chilometri dal traguardo, Amedeo era in prima posizione, tallonato dal favorito, un chianino acclamato campione dell’epoca, che aspettava l’attimo giusto per assestare il colpo di grazia. Amedeo non mollava. Piegato sulla bici, trasfigurato in volto dalle grande fatica, un occhio alla strada e l’altro all’avversario, vedeva il traguardo sempre più vicino. A pochi metri dalla vittoria, la sfortuna volle dire la sua e la bici del Roburrino perse una ruota facendo cadere pesantemente a terra il nostro campione nel pieno dello sforzo. Un volo tremendo sullo sterro, su sassi e ciottoli appuntiti che fecero scempio del corpo dello sfortunato Amedeo. La gara per lui era finita e un pronto intervento medico era sicuramente la cosa più importante da fare. Ma non era questo il pensiero di Boscagli. Buttata la bici, ormai inutilizzabile, in un fosso, s’incamminò a piedi verso il traguardo distante circa  300 metri, tagliandolo tutto insanguinato e traballante, con in mano i residui brandelli sporchi di terra e sangue di quella che era la maglia a scacchi bianconeri. La sua maglia, la bandiera della Robur non era stata ammainata e questo era quello che contava.

Poi venne la guerra e Boscagli come tanti altri giovani fu chiamato a difendere un’altra bandiera, quella tricolore. Lo fece con la stessa passione con lo stesso attaccamento con cui aveva gareggiato per la Robur, la cui maglia era orgogliosamente indossata sotto la divisa grigioverde. Ma questa volta l’avversario non era un chianino, ma un invisibile nemico, contro cui non era facile difendersi. Il 17 ottobre 1915, in uno sperduto ospedale da campo alle spalle del fronte, Amedeo Boscagli, 18 anni da poco compiuti, cessò di vivere, lasciando tra le lacrime tutti quelli che, compagni o avversari, l’avevano conosciuto e apprezzato. La salma giunse a Siena dopo qualche settimana e, al momento della sepoltura, la sorella Zenobia, un’insegnante molto conosciuta e apprezzata, applicò alla lettera quelle che erano le uniche e ultime volontà di Amedeo. Una vissuta maglia a scacchi bianconeri, la sua maglia, fasciava il povero corpo di Amedeo nel suo ultimo viaggio, un ulteriore grande atto di amore verso la Robur. (Nicola Natili)

Fonte: Fedelissimo Online