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18/12/17 18:48 | Toh, chi si rivede. Richard Porta, l’acquisto più caro della storia: “Non mi facevano giocare, ma ero felice. Avrei una voglia matta di dimostrarvi il mio valore”

Piazza del Campo, Caffè Fonte Gaia, aperitivo degli auguri della Robur Siena. Tra un brindisi e un’intervista, vengo a sapere che lì, pochi minuti prima, era passato Richard Porta. Porta, per chi non lo sapesse, è stato l’acquisto più caro nella storia del Siena. Arrivato a 24 anni da capocannoniere del torneo di Apertura, il “Cantona d'Uruguay” (Gazzetta dixit) giocò 29 minuti, a Reggio Calabria. Poi il nulla. La Robur, negli anni di serie A, di stranieri fantasma ne ha avuti tantissimi. Dal polacco Siedlarz al brasiliano Packer, dal rumeno Stoica allo sloveno Zajc, dal finlandese Jaakkola all’argentino Acosta. Però nessuno di questi ha avuto un costo così notevole. E’ per questo che la sua immagine mi ha sempre intrigato. Fulvio Muzzi, responsabile impianti della Robur, dispone di una gigantesca rubrica di numeri di ex bianconeri (si sente quotidianamente con Vanderson Scardovelli, cosa c’avranno da dirsi?) e mi mette subito in contatto con Porta, che risponde con dei messaggi audio in un italiano un po’ arruffato: “Ora sono mangiando, facciamo dopo all’Hotel, alle 21.15”. Mentre mi avvicino al luogo d’incontro, mi informo sul web grazie all’archivio del Fedelissimo Online: Porta è arrivato a Siena nel gennaio 2008 (insieme ad Athur), si è poi sposato, stava per diventare italiano, è stato allenato da Maradona, ha segnato di tacco fermandosi sulla linea di porta. Spunti che potrebbero tornarmi utili nell’intervista che durerà circa 60 minuti. Più del doppio di quanto ha giocato in bianconero. All’incontro mi saluta, come se già ci conoscessimo. Ci sediamo, incrociamo gli sguardi, poi incomincia la partita.

Richard, da quanto tempo non tornavi a Siena?

Dal 2009, prima di lasciare l’Italia per rientrare in Uruguay. 

E come mai sei tornato?

Dovevo chiudere il conto in banca. Era una cosa che trascinavo da tempo, alla fine mi sono deciso. Finito il campionato in Uruguay, ho prenotato il volo e sono venuto.

Com’è la vita in Uruguay?

Si sta molto bene, anche se lo stile di vita è caro. Però non ci sono problemi come in altri Paesi vicini. Il calcio? In Italia c’è più storia, l’Uruguay è famosa solo per due squadre, il Nazional e il Peñarol. Però è un calcio più genuino, con pochi soldi.

Torniamo al viaggio. Prima di partire hai contattato nessuno?

Quando abitavo qui ho conosciuto un amico argentino, lo ho ospitato per un po’ di tempo perché era in difficoltà economica. Aveva il numero di Giacomo Muzzi, gli ho chiesto se riusciva a farmi avere quello di Fulvio. L’ho chiamato e gli ho detto: ciao Fulvio, ti ricordi di me? Ma lui mi aveva già riconosciuto, aveva il mio nome salvato perché il numero era sempre lo stesso.

Come hai passato questi due giorni?

Ieri (mercoledì, ndr) mattina ho risolto con la banca, poi a mezzogiorno ho preso il pullman per Firenze. Ho incontrato i miei connazionali Olivera e Cristoforo, che giocano nella Fiorentina, e siamo andati a vedere la partita di Coppa Italia, con la Sampdoria. Dopo abbiamo fatto un asado a casa di Olivera, c’erano anche Simeone e Gonzalo Rodriguez (foto 3). Oggi (giovedì) invece ho fatto qualche acquisto per la famiglia.

E poi, stasera, sei passato in Piazza e hai rivisto Simone Vergassola.

Quando sono arrivato a Siena avevo 24 anni, un’età che adesso non è più considerata giovane ma allora lo era. Simone e Massimo Maccarone hanno fatto cose importanti per me, mi portavano con loro, mi parlavano, mi aiutavano.

Ti ricordi di come arrivasti a Siena? Di come andò la trattativa?

Dopo aver fatto bene al River, su di me c’erano altre tre squadre. Il Porto, il Villareal e l’American de Mexico. Il mio procuratore mi disse che il mister (Mandorlini, ndr) mi avrebbe fatto giocare. A me interessava quello, non i soldi, e scelsi Siena. Ma quando arrivai l’allenatore era già cambiato e le cose andarono diversamente.

Firmasti un contratto di quanti anni?

4 anni e mezzo.

Ma di fatto hai rescisso prima della naturale scadenza.

Dopo il prestito in Portogallo, al Belenenses, tornai a Siena e svolsi il ritiro. Mi dissero che sarei rimasto ma cambiarono idea. Le trattative per andare in Croazia e Grecia saltarono, dissi basta e tornai a casa.

Il tuo è stato l’acquisto più oneroso della storia del Siena. Si parla di una cifra intorno ai 3 milioni.

Sicuro? Secondo me è più alta, almeno 4 milioni.

Tutti questi soldi concentrati in quei 29 minuti a Reggio Calabria, a sostituire Locatelli sul 3-0 per la Reggina.

La partita ormai era compromessa, Beretta mi mise solo per farmi debuttare. Mi disse di giocare centrocampista esterno, io che sono un attaccante. Ma nonostante tutto ero felice.

Il calcio è pieno di sudamericani impalpabili al loro primo anno in Italia. Dybala, per esempio. Non ci avrei scommesso un centesimo, vedendolo al Palermo in serie B. E invece… Tu hai avuto problemi di adattamento?

Molti. In Sudamerica ero popolare, qui non mi conosceva nessuno. I compagni, all’inizio, non mi passavano la palla. E poi la lingua, la prima volta fuori casa…

Non c’era nessuno che parlava spagnolo nel gruppo?

Sì, Forestieri. Mamma mia…

Perché mamma mia?

Era giovanissimo, un casinista. Pensava poco alla tattica, si innamorava della palla, si lanciava sempre in degli uno contro uno.

Una sola volta lasciò il segno. Contro l’Inter, gol bellissimo quanto inutile.

Me lo ricordo. Ero con Grimi in tribuna, c’era stata da poco la mia presentazione. Dicevamo: fatelo entrare, fatelo entrare. Gran gol, e poi mentre tutti cercavano di velocizzare il gioco, lui era sotto la curva a festeggiare!

Come vivevi il fatto di non giocare mai?

Io pensavo a lavorare, ad allenarmi bene. Dopo il mio arrivo venne Riganò e mi chiedevo: è venti chili più di me, come mai gioca lui e non io? Comunque era un bravo ragazzo, sempre felice.

Come passavi invece le giornate fuori dal campo?

Sempre a casa. Mia moglie era incinta in Uruguay (la figlia nacque il 9 marzo, ndr), ero sempre al computer.

Nessuna uscita con la squadra?

Gli unici momenti erano le cene di contrada. Una volta andammo da Nonno Mede e si mangiò tutti in tavoli diversi! In campo però c’era un bel gruppo.

Economicamente, comunque, stavi bene.

Sì, ma se avessi pensato ai soldi, sarei andato prima in Portogallo, o in Russia. Io volevo solo giocare.

Che tipo di contratto avevi?

La cifra minima era 200 mila euro. C’erano tanti bonus, anche semplici da centrare, in base alle presenze, ai gol. Ma come puoi immaginare, non li ho potuti raggiungere.

Nel 2011, con Siena ormai alle spalle, scegliesti di tornare all’estero, all’Al-Wasl di Maradona.

Ero al Nazional, avevo vinto il campionato. All’inizio della seconda stagione mi chiamò Maradona in persona e accettai. Andai a Dubai in prestito, per quattro mesi.

Ho letto che stavi per prendere la cittadinanza italiana.

Il nonno di mia mamma era italiano. E’ vero, avevo pensato di prenderla. Ma quando andai via ero arrabbiato perché non riuscivo a giocare. La società poi voleva che andassi in prestito o in comproprietà ma fuori dall’Italia, perché sennò...

Sennò?

Il mio era stato un investimento importante. Se avessi fatto bene da un’altra parte, sarebbe stato un loro fallimento.

Avevi altre offerte in Italia?

Potevo andare al Cagliari di Giampaolo, prima di scegliere il Portogallo.

Quindi niente passaporto italiano. Ne hai sempre due, giusto? Uno uruguaiano e l’altro australiano.

Sì, ho quello australiano solo perché sono nato lì.

Maccarone ha scelto proprio di giocare “down under”. Non hai mai pensato di andare in Australia?

Mi hanno chiamato tante volte, ma è troppo lontano. Lì vivono mia mamma e i due fratelli più grandi, che fanno i cantanti. Sono 3-4 anni che non li vedo. Però il mio paese è l’Uruguay, dove sto con mia moglie e le mie tre figlie, di 10, 6 e 2 anni.

Hai 34 anni, iniziano ad essere tanti.

Sì ma sto bene fisicamente. Fortunatamente non ho mai avuto infortuni seri nella mia carriera. Solo dopo Dubai ho sofferto un po’. Faceva troppo caldo, mangiavo poco, c’era un altro tipo di preparazione. Una volta tornato a casa, avevo dolori ovunque.

Hai pensato a cosa fare dopo il calciatore?

Il giornalista.

Il giornalista?

In televisione.

Ah, intendi l’opinionista.

Si, mi piace molto. Ho fatto un corso privato di giornalismo, qualcuno mi ha già proposto un lavoro del genere.

Richard, il Siena adesso è in serie C, tu giochi in serie A uruguaiana. Saresti disposto a tornare?

Ci penserei seriamente. Per me Siena è stata una tappa molto importante della mia vita, la prima squadra in Europa. E poi ho una voglia matta, anche se dopo dieci anni, di poter dimostrare qualcosa.

Chiudiamo l’intervista, ma in realtà la chiacchierata va avanti ancora per un po’. Mi mostra delle foto, con diversi giocatori del calibro di Riquelme e Javier Zanetti. Quando gli nomino Recoba si illumina. “E’ il mio germano!”. Sono amicissimi, hanno giocato insieme al National. “Lo sai che si sente ancora con Moratti?”. Ma adesso basta, altrimenti non parte più. L’aereo lo aspetta la mattina seguente, Firenze-Madrid-Montevideo. Richard Porta è riapparso dopo dieci anni. E adesso, quando lo rivediamo? “Presto, molto presto. Mia figlia maggiore, Julieta, era troppo piccola per ricordarsi di Siena. Devo per forza portarla nella città che ha ospitato suo papà”. (Giuseppe Ingrosso)

Ps: grazie a Fulvio Muzzi, neanche un assistente di Trump sarebbe riuscito a fissare un incontro in tre minuti.

Ps2: grazie a Vincenzo Federico e il team della Robur. La bottiglia che mi hanno regalato è servita per la coreografia e ho fatto pure bella figura quando gliel’ho donata!

Fonte: Fol

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